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GODS OF METAL
Area Parco Nord Live Report a cura dI King of Outlaw e monnezZza |
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Il 5 e il 6 Giugno, come ogni anno, si è tenuta l’ennesima edizione del Gods Of Metal, l’unica manifestazione mainstream che si occupa di far arrivare il metal anche nella nostra dimenticata penisola. Tuttavia quest’anno il nome più appropriato per la manifestazione, soprattutto visto quanto accaduto la prima giornata, sarebbe stato senza dubbio “Twilight Of The Gods” (o “Gotter Dammerung”, se preferite) sia per la scarsezza, nonché piattezza delle bands che si sono alternate sul palco, sia per il nubifragio che ha investito l’arena nel tardo pomeriggio…Si sa gli dei sono dispettosi, invidiosi e a quanto pare Thor in particolare non sembra gradire quanto espresso dai propri adepti…Ma veniamo al resoconto di questa due giorni…
La band capitanata dal “marinaio” Halford è il vero motivo per cui ho deciso di regalare quaranta euro alla Live e il fatto che il concerto inizia con 45 minuti di ritardo non è di buon auspicio. Sta di fatto che la band sale sul palco e il pubblico sembra impazzire!!! Ora devo fare una piccola premessa: io i Priest non li conosco, certo conosco la loro fama, l’importanza che hanno ricoperto, e che continuano a ricoprire visto il loro seguito, nel mondo dell’heavy metal, ma non conosco, a parte un paio, le loro songs. Il concerto inizia e dopo poche note un oscuro interrogativo si insinua nella mia mente; dopo poche songs l’interrogativo si fa più insistente: Rob Halford ha perso la voce oppure è incapace a cantare? Visto l’entusiasmo dell’audience devo pensare che Halford sia un’incompetente e che quelli che saltano, si entusiasmano per quell’omino siano una massa di idioti senza speranza; tuttavia il buon senso mi suggerisce che una serata storta può capitare a tutti, che circa sei mila persone non possono essere degli idioti, che forse quella reunion non era forse la cosa migliore da augurare ai Priest!!! Comunque la band fa uno show senza infamia e senza lode, recita bene la propria parte, senza sforzarsi più di tanto. Dopo un’ora scarsa di concerto tutto finisce, il sipario cala su questa prima giornata, gli dei ci hanno abbandonato…Tuttavia c’è il colpo di scena che non ti aspetti, quel fatto che ti fa venir voglia di imprecare in sette lingue diverse se solo le conoscessi: dopo l’esibizione dei Priest, un omino della live si presenta sul palco e con voce solenne ringrazia i presenti per essere rimasti nonostante la pioggia, ma non solo annuncia che gli Stratovarius si esibiranno il giorno successivo ( a quel punto guardo verso il cielo e chiedo il perché di questa punizione) e che chi aveva il biglietto per il primo giorno potrà entrare gratis!!! Il giorno successivo ( a questo punto vi risparmio cosa è uscito dalla mia bocca)…Oltre il danno la beffa, non so cosa altro aggiungere… (nota di colore caro King: durante l’annuncio una ragazza vicina ad un mio amico, gridava con gli occhi fuori dalle orbite: e gli U.F.O. porko diooo!!!?? Gli U.F.O.OOOOOO!!!!! Come darle torto. ndmonnezZza).
La prima band che vedo solcare il palco sono gli svedesi Naglfar, band che ho sempre apprezzato per capolavori come “Vittra” o l’ultimo “Sheol”. La band conquista l’audience presente dopo poche note, nonostante l’orario e l’esiguità del tempo concessogli non siano di certo adeguati allo black-death metal di Jens Ryden & Co. Noncurante di tutto ciò la band nei suoi venti minuti offre uno show tirato, potente, maligno che raggiunge l’apice durante l’esecuzione di “I am Vengeance”, opener track dell’ultimo “Sheol”. Promossi. Dopo gli svedesi è il turno dei crucchi Sodom. Le lunghe chiome striate di bianco e la capacità di tenere il palco ricordano al pubblico presente che Thomas Angelripper e soci non sono di certo gli ultimi arrivati!!! Senza troppi indugi cominciano ad assalire il pubblico presente con il loro Thrash, dalle forti tinte oscure e così “Sodomized”, “Outbreak Of Evil”, “Remember The Fallen” e “Napalm In The Morning” fanno la loro porca e brutale figura; il pubblico presente sembra gradire, e il continuo headbanging sotto i miei occhi è testimone delle mie parole, anche se a muoversi sono soprattutto le teste striate di bianco o un po’ stempiate, segno che la storia non è materia gradita alle nuove leve. Da questo momento in poi per il sottoscritto comincia la festa, archiviati spade, draghi e demoni scuri è la sinfonia del diavolo a prendere il sopravvento: il ROCK’N’ROLL!!!
Si comincia con i grandissimi Quireboys, vero pezzo storia del r’n’r made in England. Si comincia con “Good To See You”, estratto dall’ultimo “Well Oiled”, un brano che sa tanto di benvenuto da parte di un sorridente e straripante Spike. I Quireboys con un solo brano hanno conquistato l’audience presente, tutta l’audience!!! Si continua con le note di “Lorraine, Lorraine”, “This Is Rock’N’Roll” (brano dedicato ai Rockers presenti) e “Tramps & Thieves”, il tutto inframezzato da battute e una quantita spropositata di lattine di birra. Le classiche “Hey You” (cantata a squarciagola da tutto il pubblico presente) e “7 o’Clock” concludo l’esibizione di questi cinque banditi del Rock’n’Roll, banditi che si sono divertiti e che hanno fatto divertire, insegnando a band molto più blasonate cosa significhi tenere un palco!!! La migliore esibizione di entrambi i giorni fino a questo momento. Arriva il momento degli intrusi della giornata, ovvero gli Stratovarius, capitanati da sua verginità Kotipelto e Timo Tolkki. Ora a parte l’astio personale che nutro verso questa band di imbecilli, posso obiettivamente affermare che delle qualità tanto decantate della band finnica non se n’è vista nemmeno l’ombra: Timo Tollki si preoccupa di svolgere il proprio compito ( e a volte lo svolge anche male), rimanendo distaccato dal resto della band, Kotipelto prova a stemperare il nervosismo della band, incitando l’audience, che risponde anche bene, ma a me sembra tutto un bluff, un grande bluff.
Distaccato da tutto ciò preferisco rivolgere la mia attenzione fino a quando a salire sul palco non sono gli W.A.S.P. di Mr. Blackie Lawless. La band americana è di recente tornata sul mercato con la prima parte dell’opera “The Neon God”(dal quale viene estratto l’intro che introduce la band) e la scenografia che i nostri esibiscono mi fa presagire che sarà un vero e proprio evento, anche se di minima durata. Gli W.A.S.P. solcano il palco e l’audience esplode; Blackie Lawless non indugia e con un medley potentissimo sbatte in faccia al pubblico “On Your Knees”, “Inside The Electric Circus”, “Hellion” e “Chainsaw Charlie”. Si prosegue con “Love Machine”, “Wild Child” e la splendida “I Wanna Be Somebody”. Il cerchio si chiude con “Blind In Texas” e “The Real Me”, durante le quali Blackie Lawless cavalca il proprio microfono come se fosse una Harley, o una delle tanti puledre che hanno condiviso il letto con il singer “senza legge”. Spettacolari, superbi, potenti…un’altra pagina di storia scritta e io c’ero!!!
Si continua con quella che per il sottoscritto è stata la vera sorpresa della giornata, signore e signori i TWISTED fuckin’ SISTER!!! Voglio fare solo una piccola premessa: Blackie Lawless e Spike a parte, tutti gli altri singer esibitisi fino a questo momento dovrebbero smettere di fare ciò che fanno, perché tanto c’è un uomo che lo fa con più cuore di loro, con più palle di loro: Mr. Dee Snider!!! “It’s A Long Way To The Top ( If You Wanna Rock’N’Roll) degli AC/DC è l’intro che presenta la band sul palco, e già da qui mi accorgo che la classe non è acqua. “We Are The Original Twisted Fuckin’ Sister” ecco il monito con cui la band si presenta sul palco e il pubblico esplode.(ma perché continuava a sottolinearlo? Mica qualcuno avrà cercato di poterli il monicker!? NdmonnezZza) Tutto è perfetto: la scenografia, il look della band (in pieno stile anni ’80), il suono, l’impatto. La band, nei 45 minuti a sua disposizione, polverizza tutto e tutti, anche grazie ad una scaletta perfetta: “Under The Blade”, “Burn In Hell”, la grandiosa “I Am (I’m Me)”, “Come Out And Play”, “You Can’t Stop Rock’N’Roll”, “Fire Still Burns” sono i simboli di una bandiera che non smetterà mai di sventolare. Dopo di che Dee Snider si scusa per la lunga assenza dal nostro paese e per l’esiguità dello show e con tutta sicurezza asserisce che l’anno prossimo i Twisted Sister saranno gli Headliner del Gods!!! Ora se questo sia vero io non lo so, ma se fossi la Live gli avrei già fatto firmare l’accordo. Dopo questo piccolo discorso si prosegue con l’inno “We’re Not Gonna Take It”, che i presenti cantano a squarciagola e si conclude con la monumentale “I WANNA ROCK”, non prima però che Mr.Snider abbia fatto alzare tutte quelle larve, che durante l’esibizione del secolo stavano sdraiati sulla collinetta di fronte al palco: al grido di “I Wanna Rock” vedevo migliaia di mani sollevarsi al cielo, il tutto è andato avanti per circa 5 minuti!!! Monumentali, potenti, trascinanti, divertenti, se avessero un difetto sarebbero perfetti, insomma ROCK’N’ROLL!!!
Nemmeno il tempo di riprendermi da questo orgasmo sonoro e Dio sale sul palco con il suo Richenbacker e con i suoi due fedeli scudieri. Sul palco salgono i Motorhead e dopo il consueto grido di battaglia “We’re Motorhead and we’ll kick your Ass” si aprono le ostilità!!! 45 minuti di apocalisse sonora alla faccia della pulizia del suono: volumi smodati, compressi, nucleari (Vero! Vero! Mai sentito un suono così in vita mia, lo giuro! ndM) . Mr. Lemmy se ne frega di tutto e tutti, va avanti per la sua strada travolgendo qualunque cosa si piazzi sul suo cammino come un Panzer Tedesco. “No Class”, “Dr. Rock”, “Overkill”, “Metropolis” e “Over The Top” sono pugni nello stomaco che colpiscono dritto nel segno. I Motorhead non offrono uno show epocale, sono essi stessi epocali, sono una band fuori dal comune che la si ama o la si ama!!! Si prosegue con l’ironica e ormai storica “God Save The Queen” dei Sex Pistols, che Mr.Kilmister, in uno dei rari momenti di serietà, dedica agli amici scomparsi Joey e Dee Dee Ramone (R.I.P.). La follia non termina qui, ma raggiunge il suo apice quando Dee Snider sale nuovamente sul palco ed esegue insieme ai Motorhead una killer version di “Killed By Death”: le parole non contano, posso dire ancora una volta…”Io c’ero”.
E veniamo ai thrasher americani Testament, da sempre uno dei gruppi di punta della Bay Area. Nonostante il profondo piacere che provo nell’ascoltare il thrash, non mi sono mai interessato più di tanto a Chuck Billy e soci, se non per qualche raro episodio. Non mi rammarico di certo per questa mia mancanza, sebbene i Testament offrano uno show compatto, diretto e potente, con il pregio di pescare a piene mani dal passato, la band non riesce a coinvolgermi sia perché sono ancora in estasi per quanto visto fino ad ora, sia perché non riesco a capire (se non applicando una paracula quanto indegna mossa di marketing degna dell’”Arcor Man”) perché devono essere i Testament ad esibirsi per penultimi: fosse per me, visto il bill successivo, li avrei fatti suonare dopo i Sodom. Dello show dei Testament quindi non so dirvi molto, se non che hanno suonato più di tutte le band: un’ora e quaranta minuti!!! Interminabili,noiosi 100 minuti. Il concerto dei Testament non viene concluso della band, ma dagli organizzatori che sul finire dell’ennesimo brano decidono di staccare la spina, mai un’Eutanasia fu a me tanto gradita!!! Ad onore del vero però, devo ammettere che quello che è accaduto ha dell’incredibile. Non so di chi sia la responsabilità, però visto che tutte le band si sono viste ridurre il proprio tempo, possibile che proprio ai Testament nessuno avesse detto nulla, e soprattutto possibile, che prima di staccare l’amplificazione nessuno abbia avvisato Chuck Billy e soci di dover scendere dal palco? Ai posteri l’ardua sentenza.
Dopo un cambio palco rapido e veloce (che non ha concesso l’utilizzo della scenografia che Alice Cooper si era portato dietro) a salire sul palco è lo showman per eccellenza: ALICE COOPER. Al di là di tutti i discorsi che si possono fare intorno a questo artista, le chiacchiere stanno a zero: è uno dei più grandi, se non il più grande. E’ in giro da più di 30 anni, ha attraversato tutte le correnti musicali che negli anni si sono succedute, è stato fonte d’inspirazione per alcuni dei più grandi artisti del nostro tempo (Kiss, Ozzy, Rob Zombie e Marylin Manson, solo per citarne alcuni), ci ha regalato autentici gioielli che spaziano dal pop, al glam rock, al metal per arrivare fino all’industrial. Privato della scenografia, il carrozzone capitanato da Alice Cooper è salito sul palco e ha fatto capire chi comanda, forte anche di una line-up tecnicamente ineccepibile: Ryan Roxie chitarrista, tecnico, potente, preciso, mai statico, un’icona!!! Eric Dover all’altra chitarra, praticamente uguale a R.Roxie praticamente due gemelli delle sei corde con le palle d’acciaio; Eric singer alla batteria, è talmente bravo che la gente nemmeno ci crede a quello che fa, a metà concerto si esibisce in un assolo spettacolare, che ha forse l’unica pecca di essere troppo lungo; e infine Chuck Garric al basso. Ora elencare una per una le songs proposte da Mr. Fournier sarebbe inutile, sarebbe solo un freddo resoconto di un qualcosa che non avete vissuto e che quindi non potete capire, dovreste essere dei vampiri e succhiare le mie emozioni per avere una vaga idea di ciò che vi siete persi. Vi basti sapere che Mr. Cooper non si è risparmiato, ha riproposto tutte le vecchie Hit degli anni ‘70, alle quali ha donato una nuova veste: “Desperado”, “I’m Eighteen”, “What Do You Wants From Me”, “Only Women Bleed”, “Man Of The Year” e la splendida “Ballad Of Dwight Fry”, tutte interpretate, recitate e non semplicemente cantate, come si limiterebbe a fare chi è ormai finito (vedi Rob Halford). La Live ha privato ad Alice Cooper della sua scenografia, ma nessuno potrà mai privarlo dell’innato, immenso, superbo carisma che lo caratterizza. Si prosegue con “Sick Thing”, “Halo Of Flies”, “Special Forces” per arrivare ad un medley tratto dal grande “Brutal Planet”, talmente potente da far vergognare qualche membro degli altri gruppi presenti. Si conclude con la spettacolare “Poison” e l’inno, che sa tanto d’estate, “School’s Out”, durante la quale una pioggia di palloni giganti investe la folla. Ok, ho accennato alla tracklist, ma chiudo qui…Il resto è una cosa che voglio tenermi per me. Come faccio a dimenticare l’uomo più ubriaco del mondo. Durante i Quireboys un ragazzo con in mano un bicchiere di birra si ferma improvvisamente sotto il sole nei pressi dei banconi di birra e con un rivolo di bava che cola da un angolo del labbro, comincia ad ingaggiare un’aspra lotta con il mondo dell’equilibrio precario. Venti minuti di dura lotta, sempre in bilico sul burrone della caduta rovinosa, con un esile filo di forza che lo sostiene in questa battaglia, e la mano sì debole ma saldamente e incredibilmente incollata con pochi centimetri di pelle al bicchiere che leggermente piegato, sparge lentamente il nettare degli dei sul terreno. Dopo un po’ un buon uomo si avvicina chiedendoli se ha bisogno d’aiuto. Lui ha come ringraziato con una piega delle labbra e si è spostato dieci metri più in la, all’ombra. Come a dire: starò pure mbriaco, ma mica scemo. E ancora come dimenticare l’inutile lotta delle magliette quando ti ritrovi davanti un tipo con una maglietta bianca, (di quelle tre a un euro per intenderci) su cui sopra aveva scritto con un pennarello nero, in maniera anche arrabattata i nomi dei gruppi? Un’incoronazione che moralmente li si deve, tenendo conto dei prezzi scriteriati che il merchandising ufficiale ha raggiunto. Ormai sei costretto a comprare l’oggetto meno costoso, ovvero il perizoma con il logo (e il capo della sua misura non riesce più a trovarne). E ancora, come dimenticare l’inno alla pigrizia messo in scena da due loschi personaggi che dalle dieci dal mattino alle undici e mezzo di sera, hanno tenuto incollati i loro sacri culi su delle sdraio da spiaggia godendosi il sole e i gruppi con una tranquillità ed un aplomb da far invidia a un dandy buddista. Come dimenticare quella coppia di ragazzi con la carrozzella con dentro un neonato di 6-7 mesi che ascoltava con calma e dolcezza Dee Snider e soci. A quell’età io ero circondato da parenti che facevano a gara per chi era più demente costringendomi a sorbirmi i loro EEHBBHU!! EEBBHA!! EBIDHIBIDHIBIDHI….EEZIIII!!! EZIIII!!! Che invidia. Come posso levarmi dalla testa un tipo stranissimo. Durante il gig dei Testament dalle prime file comincia ad arretrare un tipo sui 35-40 anni, capelli neri cortissimi, tipo prima settimana di militare, vestito come un impiegato fantozziano (la sua giacca di lana modello principe di Galles color verde vomitino era la cosa più punk della giornata) che battendosi la punta dell’indice destro sulla tempia riusciva a rendere leggibilissimo il suo labiale: questi sono matti! Fatto sta che si posiziona dietro di me e come se niente fosse comincia a gridare una specie di nenia: NEE! NEE-NE-NE! NEE! NE!NENE!NENENE!! Così per cinque minuti di fila finche non è impazzito e con la foga e l’impeto di un wresteler a cominciato a farsi largo tra la folla per ritornare più fomentato che mai in mezzo al pogo. Sicuramente Carlo Lucarelli dev’essersi ispirato ad un tipo così quando ha scritto ‘Almost Blue’. Chi dimenticherà mai le cascate di merda che uscivano non dalle tazze del cesso, ma che colavano addirittura sugli scalini dell’entrata (anche la merda come vedete ha avuto il suo momento di celebrità). Ma c’è una cosa che veramente non dimenticherò mai: Dee Snider che fa urlare a tutti I WANNA ROCK!! Non era solo un incitamento e un coro che si esaltavano a vicenda. Era ed è la frase che ha rappresentato lo stato d’animo di tutti. La gente oggi voleva veramente il Rock. A proposito: se Dee Snider fosse il quarto componente dei Motorhead, questi sarebbero la più grande live band della storia (chi c’era sa che non esagero).
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