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L’album del debutto, per una band di immenso valore, ingiustamente lasciata da parte da pubblico e critica. Gli Agalloch vengono da Portland, America Nord-Occidentale, e la loro proposta musicale non è di facilissima inquadratura: mischiano abilmente elementi folk e black su basi doom/gothic; l’argomento principale delle liriche è la depressione, oltre a una smisurata passione per la natura. Pale Folklore si presenta come un disco dall’ascolto complesso, vuoi per la durata, vuoi per la grande commistione di generi che è la musica degli Agalloch, anche i testi presentano delle difficoltà interpretative, perfino per un esperto di lingua inglese. Il primo brano, che sfiora i diciannove minuti di lunghezza, è molto semplicemente una summa di quella che è l’impostazione musicale dei nostri: toni cupi, melodie primordiali ed effettistica naturale rendono l’intero disco un susseguirsi di immagini naturali, legate indissolubilmente alle stagioni fredde (particolarmente apprezzate in questa zona degli Stati Uniti). Il cantato del mastermind della band Haughm si alterna in scream e clean vocals malinconiche, molto efficace l’intreccio chitarristico (di cui si occupano Don Anderson e lo stesso Haughm), melodicamente folk ma spesso sfociante in sferzate gelide tipiche del black metal, e così anche la batteria (opera del solito Haughm) supportata adeguatamente dal basso di Jason William Walton molto presente. Gli Agalloch arricchiscono la loro musica con strumenti acustici, spesso di fabbricazione personale o comunque parte della tradizione folkloristica americana (mi riferisco a quella degli Indiani d’America) e Nord-Europea; non mancano nemmeno gli interludi ambient (leggasi la bellissima The Misshapen Steed). |
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