Live report a cura di King of Outlaw

 

Adler’s Appetite + Bastet

Roma – 15/01/2004 – Alpheus

 

Così come era avvenuto qualche mese fa con gli L.A.Guns, sono sempre i Bastet ad aprire la data romana degli Adler’s Appetite e questo mi ha permesso di conoscere bene una band, che sinceramente fino a questo momento avevo snobbato. I Bastet non cambieranno certo la storia della musica, ma hanno un grandissimo pregio, hanno capito il segreto del r’n’r: il divertimento. E credetemi i Bastet si divertono e fanno divertire con il loro r’n’r infarcito di power pop alla Wildhearts (dei quali, se il mio udito non mi inganna, hanno anche eseguito una cover, ma al momento il titolo non mi sovviene) e così la mezz’ora di intrattenimento che offrono al pubblico è piacevolissima. Ma i Bastet non sono solo questo, vederli ieri dal vivo è stata una specie di rivelazione, perché la prima volta che li vidi non mi erano piaciuti gran che, e invece mi sono dovuto ricredere, mi sono trovato davanti un gruppo compatto, potente, preciso e divertente, conscio delle proprie capacità, tra le quali spiccano quelle della sezione ritmica: martellante il bassista, impressionante il batterista per presenza scenica e per la naturalezza con la quale violenta il proprio strumento come se tra le mani avesse una “quarantenne che dimostra 25 anni”. Auguro ai Bastet tanta fortuna e 100000 di questi concerti, magari come headlinear.

Prima che gli Adler’s Appetite solchino il palco passa una buona dose di tempo, ma questo non scoraggia il popolo degli anni ’80, dalle pettinature improponibili, dai chiodi vissuti e stradipinti e quando Mr. Adler fa il suo ingresso sul palco la folle esplode. La line up che Steven Adler ha messo in piedi per l’occasione è di tutto rispetto: Kery Kelly ( Alice Cooper/Slash’s Snakepit/ Warrant/ L.A.Guns) alla chitarra, Jizzy Pearl (Love/Hate / Ratta) alla voce, Brent Muscat ( Faster Pussycat / L.A.Guns) all’altra chitarra, Robbie Crane (Vince Neil / Ratt) al basso e naturalmente Steven Adler alla batteria. La band inizia subito alla grande con “Welcome To The Jungle” e subito capisco che questa sera ci sarà da divertirsi poiché l’impatto è devastante e l’esecuzione perfetta: pensavo di trovarmi davanti ad una semplice cover band, e nonostante il concetto sia quello, è stato come vivere una cosa che per motivi anagrafici non avrei potuto vivere. “It’s So Easy” sferra il secondo colpo e ciò che mi colpisce è come Jizzy Pearl interpreti questa song, pur facendolo in maniera personale, non la snatura e pur non avendo l’estensione vocale di Axl, ad opinione di chi scrive, non lo fa rimpiangere!!! “Nightrain” e la band si diverte: Jizzy fomenta l’audience, Mr. Adler sembra un bambino che ha ritrovato un giocattolo che credeva perduto da tempo, e Kery Kelly…che dire suona, e come suona, ghigna, si muove, canta…It’s a fuckin’ machine!!! “Out Ta Get Me” e soprattutto “Sweet Child O’ Mine” fanno venire la pelle d’oca, ascoltare questa song è come leggere un pagina di storia, perché non devo certo dirlo io che il riff di “Sweet…” è uno di quei riff che hanno cambiato la storia del rock. Dal repertorio di Appetite For Destruction vengono eseguite ancora “My Michelle”, “Mr. Brownstone” intermezzate da “Mama Kin”, la song che non ti aspetti tratta da “lies”, e dal classico “Knockin’ On Heaven’s Door” tratta da “Use Your Illusion II”.

Quindi Jizzy cede il suo posto a Kery Kelly che, come se non facesse già abbastanza, si cimenta nella esecuzione di un brano che dovrebbe essere dei Thin Lizzy, ma non fate affidamento su questa cosa, potrei sbagliare. “Rocket Queen” chiude la prima parte del concerto. La band lascia il palco, ma non si fa desiderare più di tanto e dopo due minuti si ripresenta dando in pasto al pubblico “Paradise City” ,ed è il caos, e una splendida versione di “Sin City” degli eterni AC/DC.

Quello cui ieri ho assistito più che un concerto, mi è sembrato un gran bel party, dove sul palco c’era una band di eterni ragazzi che vogliono divertirsi a suon di r’n’r e dove il pubblico non ha fatto mancare il suo apporto rispolverando quei cliché tipicamente eighties come lo stage diving, che almeno da queste parti sembravano morti.