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Seishibyouin
è un termine giapponese che significa ricovero per malati di mente, ovvero
manicomio. Quello che Atrium Carceri propone all’ascoltatore, in un modo
decisamente violento,
è un viaggio tra le mura di un manicomio. Ciò a cui si va incontro
ascoltando questo disco è un mondo popolato da anime dannate, fatto di scura
pietra e ferro arrugginito, dove la vita scivola lentamente come una goccia di
umidità sui muri ammuffiti di una schifosissima cella. Un posto dove la follia
è concreta, densa, si può toccare con mano, tutta intorno a te. Questa è solo
una parte delle emozioni che Atrium Carceri riescono a far scaturire tramite i
loro ambienti sonori, un continuo stato di sofferenza, che continua anche dopo
l’ascolto del disco. Seishibyouin non è un disco per tutti, ascoltarlo è
come assistere ad un documentario, è crudo, livido, ci vuole fegato per
affrontare il dolore che viene suscitato, per immergersi in atmosfere che
descrivono benissimo il concetto di pazzia. Per riuscire ad immergersi
completamente nei soundscapes che Atrium Carceri riescono ad evocare, consiglio
vivamente, a chiunque voglia provare un assaggio delle sofferenze che si provano
in un manicomio, un ascolto nel buoi più assoluto, possibilmente in una stanza
molto piccola (io l’ho fatto, è da brividi!). È apatia pura, è disperazione
impalpabile, è il suono prodotto dal dolore. |
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